La rilevanza che il ruolo del portiere richiede, porta a enfatizzare ogni azione di una partita, può essere rappresentata come una montagna russa, con repentine ascese e altrettanto rapidi declini, passando da osannato a fischiato protagonista.

La resilienza del portiere

La sua prestazione scorre su una sottile linea di demarcazione tra le sensazioni di soddisfazione e delusione. Essere soggetto a tali polarizzazioni comporta la necessità di una saldezza e di un equilibrio psicologico senza pari, che consenta sopportare dei carichi ansiogeni non indifferenti. Il portiere deve essere resiliente, cioè capace di resistere e reagire a eventi stressanti, senza arrendersi alle contrarietà. Per superare questi difficili frangenti gli viene in soccorso l’autostima, la conoscenza del proprio valore, che non può impennarsi solo per un rigore parato, come non deve precipitare in caso di un errore clamoroso e decisivo.

L’importanza dell’emotività

Un buon banco di prova per la stabilità emotiva del portiere è la sua reazione in caso di un errore, che può indirizzare l’andamento della gara e anche il suo esito o, addirittura, segnare una stagione intera. Bisogna recuperare immediatamente l’autostima, rendersi conto che il livello di abilità posseduto non è quello dimostrato, mettersi alle spalle l’accaduto e prepararsi alla parata successiva, consci che un secondo errore potrebbe sancire il risultato in maniera ineluttabile. È necessario comprendere l’importanza dell’apporto della propria prestazione nel prosieguo della gara, non farsi vincere dalla delusione e dallo scoramento, confidare nel possibile recupero del risultato e quindi “nell’obbligo” di offrire sin da subito un buon rendimento anche, e soprattutto, per non vanificare gli sforzi dei compagni che lottano per ottenere un risultato positivo.

Autostima, autoefficacia e dialogo interiore

L’autostima, come dice la parola stessa, è il valore (stima) che un individuo si assegna (auto) che, è condizionato da diversi fattori. Uno di questi è l’autoefficacia, che è la consapevolezza di saper svolgere determinati compiti, nel caso del portiere, una parata, piuttosto che una buona impostazione del gioco. Questo vuol dire avere la giusta consapevolezza di ciò che si è riusciti a fare, anche auto lodandosi. In queste circostanze il portiere si avvarrà del self talk, il dialogo interno, con cui gestirà gli stati d’animo cercando di isolarsi, ma non estraniarsi dal contesto, in modo da limitare le pressioni (essere distaccato). Questo atteggiamento gli consentirà di apparire tranquillo agli occhi di compagni e avversari, molto sicuro di sé, e questa sicurezza si trasferirà al resto della squadra, certa di avere un ultimo difensore affidabile che ti copre le spalle, e ti permette di giocare con tranquillità.

Il mindset si può allenare

L’attività mentale di un portiere deve, quindi, fondarsi su un linguaggio interiore che evochi pensieri, emozioni e sentimenti positivi a beneficio della fiducia che ripone in sé, dell’autostima e della percezione di autoefficacia. Questo permetterà al giocatore di avere un mindset dinamico, utile per imparare dall’errore e per avere la giusta consapevolezza delle proprie abilità, senza esaltarsi e senza abbattersi; ad alcuni atleti viene naturale per molti altri è necessario allenarla, proprio come lo si fa con la parte tecnica, tattica e fisica.